La psicoanalisi e lo studio delle fiabe.
Luglio 19, 2007 di Francesca
I bambini hanno un mondo segreto che per gli adulti sarà per sempre impenetrabile.
J. K. Rowling.
Nei tempi antichi l’umanità aveva una razionalità meno organizzata e recepiva con parametri diversi il pensiero scientifico. La spiegazione di determinati fenomeni, quindi, avveniva in forma di parabola, di racconto. Questo evento si ripete ancora ai giorni nostri quando un bambino ci pone domande le cui risposte superano le sue capacità di comprensione. Oggi, come allora, per comunicare messaggi di estrema necessità ma di difficile comprensione a livello di organizzazione cognitiva, si usano racconti il cui fine ultimo è quello di permettere all’ascoltatore di giungere al significato dell’evento attivando altre modalità.
Un antropologo russo, Vladimir Propp [1928], ha scoperto nelle società tribali e nel rito di iniziazione le origini storiche della fiaba e ne ha studiato la struttura che egli propone anche come modello di tutte le narrazioni. Nel suo saggio del 1946 Le radici storiche dei racconti di fate Propp raggiunge, attraverso un lungo esame analitico, che gli elementi costitutivi delle fiabe debbano farsi risalire a riti e miti “primitivi” [del regime del clan], e più specialmente al “ciclo d’iniziazione” e alle “rappresentazioni della morte”. Le fiabe popolari, soprattutto quelle di magia, sono quindi il ricordo di una antica cerimonia chiamata rito d’iniziazione che veniva celebrato presso le comunità primitive. Durante questo rito veniva festeggiato in modo solenne il passaggio dei ragazzi dall’infanzia all’età adulta.
Il primo a parlare però, di un significato segreto della fiaba, nascosto dietro il suo racconto manifesto [come avviene per i sogni] è stato Sigmund Freud. Nel 1899 egli pubblica L’interpretazione dei sogni nel quale esprime la sua teoria sul contenuto latente e manifesto del sogno. In questo libro egli fornisce due esempi di sogni collegati alle fiabe: il primo è il sogno in cui ci si trova nudi in compagnia degli altri che secondo Freud nasce dal desiderio infantile di spogliarsi davanti ai genitori che produce una sensazione di piacere e che darebbe origine alla fiaba de I vestiti nuovi dell’imperatore, di Hans Christian Andersen [1837]. Il secondo esempio riguarda il sogno della morte di un familiare amato, che Freud collega al desiderio inconscio del ragazzo di uccidere il padre per prenderne il posto accanto alla madre. In effetti gli eroi delle fiabe spesso sono giovani che devono trovare la loro strada nel mondo, combattendo contro l’Orco, il loro iniziale fallimento è interpretato in molti casi come l’incapacità di emanciparsi dall’influenza dei genitori – Orco che non l’aiutano in questo processo di autonomia.
Un’altra importante direzione nello studio della fiaba nasce dalla psicologia di Carl Gustav Jung, il quale sostiene che in ogni individuo vi è la tensione a sviluppare le sue innate potenzialità; se questo processo non si sviluppa in modo armonico, ha luogo una reazione dell’inconscio che si esprime nei sogni, nelle fantasie e nelle fiabe, che mostrano appunto profonde affinità presso i popoli di tutto il mondo. Secondo Jung, quindi, vi è una stretta correlazione fra le fiabe e le immagini archetipiche dell’inconscio collettivo, che possono esprimersi attraverso l’immagine del grande bosco o del mare che l’eroe o l’eroina della fiaba [anche questi personaggi archetipici] devono attraversare.
Bruno Bettelheim, nel suo libro Il mondo incantato [1975], descrive l’importanza delle fiabe e la loro atemporalità, che permette a chi le narra di trasmettere messaggi sempre attuali, poiché parlano lo stesso linguaggio dei bambini, adattandosi così al loro universo. In questa opera Bettelheim sostiene che qualunque fiaba trasmette messaggi sempre attuali e conserva un significato segreto, profondo che passa attraverso il conscio, il subconscio e l’inconscio. Si adegua perfettamente alla mente infantile, al suo tumultuoso susseguirsi di aspirazioni, angosce, frustrazioni e parla lo stesso linguaggio dei bambini. Tratta di problemi umani universali, offrendo esempi di soluzione alle difficoltà. Le fiabe, in altri termini, utilizzano un linguaggio di tipo simbolico [Bettelheim, 1975; Dieckmann, 1977], anche secondo l’accezione junghiana, secondo cui il simbolo permetterebbe di esprimere contenuti che, inconsci, non potrebbero essere richiamati alla mente in altro modo.
