Feed on
Articoli
Commenti

fiabe.jpg 

I bambini hanno un mondo segreto che per gli adulti sarà per sempre impenetrabile.

J. K. Rowling.  

Nei tempi antichi l’umanità aveva una razionalità meno organizzata e recepiva con parametri diversi il pensiero scientifico. La spiegazione di determinati fenomeni, quindi, avveniva in forma di parabola, di racconto. Questo evento si ripete ancora ai giorni nostri quando un bambino ci pone domande le cui risposte superano le sue capacità di comprensione. Oggi, come allora, per comunicare messaggi di estrema necessità ma di difficile comprensione a livello di organizzazione cognitiva, si usano racconti il cui fine ultimo è quello di permettere all’ascoltatore di giungere al significato dell’evento attivando altre modalità.  

Un antropologo russo, Vladimir Propp [1928], ha scoperto nelle società tribali e nel rito di iniziazione le origini storiche della fiaba e ne ha studiato la struttura che egli propone anche come modello di tutte le narrazioni. Nel suo saggio del 1946 Le radici storiche dei racconti di fate Propp raggiunge, attraverso un lungo esame analitico, che gli elementi costitutivi delle fiabe debbano farsi risalire a riti e miti “primitivi” [del regime del clan], e più specialmente al “ciclo d’iniziazione” e alle “rappresentazioni della morte”. Le fiabe popolari, soprattutto quelle di magia, sono quindi il ricordo di una antica cerimonia chiamata rito d’iniziazione che veniva celebrato presso le comunità primitive. Durante questo rito veniva festeggiato in modo solenne il passaggio dei ragazzi dall’infanzia all’età adulta.  

Il primo a parlare però, di un significato segreto della fiaba, nascosto dietro il suo racconto manifesto [come avviene per i sogni] è stato Sigmund Freud. Nel 1899 egli pubblica L’interpretazione dei sogni nel quale esprime la sua teoria sul contenuto latente e manifesto del sogno. In questo libro egli fornisce due esempi di sogni collegati alle fiabe: il primo è il sogno in cui ci si trova nudi in compagnia degli altri che secondo Freud nasce dal desiderio infantile di spogliarsi davanti ai genitori che produce una sensazione di piacere e che darebbe origine alla fiaba de I vestiti nuovi dell’imperatore, di Hans Christian Andersen [1837]. Il secondo esempio riguarda il sogno della morte di un familiare amato, che Freud collega al desiderio inconscio del ragazzo di uccidere il padre per prenderne il posto accanto alla madre. In effetti gli eroi delle fiabe spesso sono giovani che devono trovare la loro strada nel mondo, combattendo contro l’Orco, il loro iniziale fallimento è interpretato in molti casi come l’incapacità di emanciparsi dall’influenza dei genitori – Orco che non l’aiutano in questo processo di autonomia.

Un’altra importante direzione nello studio della fiaba nasce dalla psicologia di Carl Gustav Jung, il quale sostiene che in ogni individuo vi è la tensione a sviluppare le sue innate potenzialità; se questo processo non si sviluppa in modo armonico, ha luogo una reazione dell’inconscio che si esprime nei sogni, nelle fantasie e nelle fiabe, che mostrano appunto profonde affinità presso i popoli di tutto il mondo. Secondo Jung, quindi, vi è una stretta correlazione fra le fiabe e le immagini archetipiche dell’inconscio collettivo, che possono esprimersi attraverso l’immagine del grande bosco o del mare che l’eroe o l’eroina della fiaba [anche questi personaggi archetipici] devono attraversare.   

Bruno Bettelheim, nel suo libro Il mondo incantato [1975], descrive l’importanza delle fiabe e la loro atemporalità, che permette a chi le narra di trasmettere messaggi sempre attuali, poiché parlano lo stesso linguaggio dei bambini, adattandosi così al loro universo. In questa opera Bettelheim sostiene che qualunque fiaba trasmette messaggi sempre attuali e conserva un significato segreto, profondo che passa attraverso il conscio, il subconscio e l’inconscio. Si adegua perfettamente alla mente infantile, al suo tumultuoso susseguirsi di aspirazioni, angosce, frustrazioni e parla lo stesso linguaggio dei bambini. Tratta di problemi umani universali, offrendo esempi di soluzione alle difficoltà. Le fiabe, in altri termini, utilizzano un linguaggio di tipo simbolico [Bettelheim, 1975; Dieckmann, 1977], anche secondo l’accezione junghiana, secondo cui il simbolo permetterebbe di esprimere contenuti che, inconsci, non potrebbero essere richiamati alla mente in altro modo.

 

EUTANASIA,letteralmente significa buona morte (dal greco ευθανασία, composta da ευ-, bene e θανατος, morte) - è la pratica che consiste nel procurare la morte nel modo più indolore e rapido possibile a un essere umano affetto da una malattia inguaribile ed allo scopo di porre fine alla sua sofferenza-esistenza.

signori, entriamo in  un campo di difficile soluzione, un vero campo minato, su cui ogni schieramento politico, ogni istituzione,ogni epoca,ogni società ma soprattutto ognuno di noi,ha una propria opinione, e sente di doverla difendere ardentemente, in quanto qui si tratta di una questione di quelle serie e importanti: la vita e la morte.

Discutere di questo argomento in un blog di crminologia,e psicologia potrebbe sembrare fuori luogo, ma vi dimostrerò nel corso di questo breve post, che non lo è affatto.

comincio con il dirvi che in Italia come ben sapete,l’eutanasia è vietata: essa è considerata un omicidio di primo grado(pensate che per questa colpa c’è una condanna di ergastolo).  In altri paesi la situazione è diversa: In belgio e Olanda ad esempio dal 2002 è in vigore una legge che non vieta questa pratica. nel resto del mondo l’eutanasia, anche laddove non è permessa in modo chiaro è disciplinata, e non soggetta a forti pene come in Italia.  Viene subito da pensare, che l’influenza del Vaticano in Italia non sia affatto da trascurare, per cui vorrei cominciare proprio dai temi piu caldi sostenuti dai cattolici.

La vita è un dono del Signore,e solo Dio puo toglierla. Nessun uomo puo decidere della vita di un altro e nemmeno della sua stessa vita. La chiesa insomma si stringe forte attorno al valore della vita a tutti i costi. Sul fatto che la vita vada rispettata sono tutti d’accordo, ma molti non credenti e anche tra i cattolici stessi,si sentono in diritto di poter decidere del loro morire, pensando che una vita costretti a letto senza poter muovere nessuna parte del corpo, o  in coma irreversibile attaccati a macchine che fanno battere il cuore e respirare i polmoni, ma senza poter riattivare il cervello e dunque i loro pensieri,emozioni,risate, il loro potersi muovere, correre, tutto ciò non puo essere considerato vita.

la vita è un dono preziosissimo, tutti siamo legati ad essa,su questo punto nessuno puo obiettare, il problema è se una persona ha il diritto di poter decidere quando morire.

Come dice la chiesa ,nessuno deve avere la facoltà di poter decidere sulla morte o vita di qualcun altro,nessun medico,nessun familiare nemmeno l’interessato stesso puo farlo. Ma cosi dicendo non dimentica il fatto che essa stessa sentenzia sulla vita della persona, costringendola a vivere contro la sua volontà di morire?

io qui non parlo delle persone in coma che sono incapaci di poter parlare,ed esprimere la loro decisione. su questo non mi addentro,lascio a voi il farlo nei commenti; ma voglio occuparmi di quelle persone che sono in pieno possesso delle proprie facoltà mentali e che decidono di porre fine alla propria esistenza avendo come unico futuro possibile un lungo calvario: per intenderci ne sono un esempio Giorgio Welby, o i casi cinematografici di MARE DENTRO   e   A MILLION DOLLAR BABY. 

in Germania infatti è legale una forma di eutanasia nella quale il soggetto CHE SIA IN PIENO POSSESSO DELLE SUE CAPACITà COGNITIVE,E DUNQUE DI INTENDERE E DI VOLERE,PUO RICHIEDERE LE PRATICHE MEDICHE DI ASSISTENZA ALLA MORTE. Credo che questo sia la direzione giusta che potrammo percorrere anche in italia, e voi criminologi che valutate la capacità di intendere e di volere delle persone un giorno potreste essere chiamati a valutare questa possibilità.

Qui non voglio nemmeno giudicare quale tipo di vita abbia senso vivere: la vita di un tetraplegico (cioè immobilizzato dal collo ai piedi) vale piu o meno di quella di un depresso che decide di buttarsi giu da un ponte. CHI AIUTERESTE A MORIRE E CHI SALVERESTE? RIPONDETEMI, VE NE PREGO, perchè  sono sicuro che moltissimi salverebbero di istinto il depresso e con coscienza aiuterebbero a morire il tetraplegico.

Diceva Popper, che una verità assoluta non esiste. La nostra MENTE UMANA che per quanto la consideriamo perfetta, è fallibile. Dunque il mio pensiero non condanna la chiesa,anzi la rispetta molto. Ma mi sento in diritto di dire che la chiesa stessa deve rispettare la libertà delle persone, in quanto sono solo gli interessati a giudicare  la loro stessa vita,nemmeno Dio puo farlo, perchè a noi è stato dato il libero arbitrio.

Io sono sicuro che esitono due tipi di morte: quella biologica e quella dell’anima, e queste non bussano alla porta sempre nello stesso momento!!! Mettetevi nei panni di un atleta, che consumava le sue emozioni davanti a un pubblico,correva,sognava,aveva un amore,aveva delle speranze.. dopo di che un incidente lo costringe a letto per 30 anni.. sempre nello stesso letto, tutti i giorni senza possibilità di muovere un dito. Io credo che solo lui abbia il diritto di pronunciarsi sulla sua vita e volontà di vivere o morire. Non commettete lo stesso errore della chiesa giudicando e sentenziando velocemente e apriori : “questa non è Vita,è comprensibile se decide di togliersi la vita!!! é lo stesso errore che commette la chiesa quando si pronuncia a favore della vita a tutti i costi senza conoscere la sofferenza dell’interessato.  Eppure la chiesa una parte di ragione ce l’ha.. è sottile, ma provate a porvi di fronte a un adolescente che decide di togliersi la vita perchè deriso dai compagni di classe come recentemente è successo in Umbria.  Già vi immagino cosa pensate: credete che questo non sia un buon motivo per togliersi la vita, che la vita va avanti, che ha tutta la vita davanti a sè, che il problema è risolvibile ecc… Ma provate a farlo capire A QUELL’ ADOLESCENTE, oppure provate a vivere l’inferno che LUI vive a scuola..forse è lo stesso inferno  che vive il  tetraplegico nel suo letto. Vedete? senza parlar di DIO,sosterremmo quello che sostiene la chiesa in questo specifico caso!!!

E allora come si risolve il problema?

il problema non si risolve.. perchè non c’è una soluzione universale.. ognuno continuerà a credere secondo i propri concetti e preconcetti, perchè è così e basta. Io sono un sostenitore dell’eutanasia, eppure penso che una legge che la legalizzi non risolverebbe affatto il problema, anzi si corre davvero il rischio di togliere valore alla cosa piu preziosa che possediamo: VITA. Ma dall’altra parte non accetto l’idea che UN ALTRO (che sia la chiesa, o un politico) si pronunci sulle decisioni di morire di un tetraplegico.

lascio a voi i commenti spero numerosi, per la continuazione di un dibattito lunghissimo, e di non facile risoluzione.

Donato Rispoli

Questo spirito della verità e della conoscenza è lo Spirito Santo da cui Cristo è stato generato. Esso è lo Spirito della procreazione fisica e spirituale che, da ora in avanti, dovrebbe stabilire la sua dimora nelle creature umane. Siccome egli rappresenta la terza persona della divinità, ciò equivale al fatto che Dio venga generato nell’uomo-creatura…questi si trova così innalzato, in un certo senso, allo stato di figlio di Dio e di Uomo – Dio.

Carl Gustav Jung, 1938

Carl Gustav Jung

Il 1913 fu l’anno della famosa rottura fra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung: una delle differenze teoriche più profonde tra i due psicoanalisti consisteva proprio nel fatto che mentre Freud considerò l’inconscio come formatosi intorno a un materiale psichico primariamente o secondariamente rimosso, Jung lo descrisse come fonte originaria della vita psichica [La mia vita, recita l’incipit della sua autobiografia, è la storia di un’autorealizzazione dell’inconscio].

C’era sempre, nel mio intimo, la sensazione della presenza di qualche cosa di diverso da me stesso: come un soffio che spirasse dal grande mondo delle stelle e dallo spazio infinito, o come uno spirito invisibile - lo spirito di qualcuno scomparso da molto tempo, eppure eternamente presente, fin nel lontano futuro. Pensieri di tale sorta erano circondati da un’aureola luminosa.

Carl Gustav Jung, 1961.

Di fronte alla potenza di questi contenuti psichici «altri», Jung avrebbe potuto reagire tentando di considerarli soltanto come frutto di un’eccessiva fantasia oppure cercare di rimuoverli o di negarli. Egli invece decise di provare a capirne il significato, e attraverso questa scelta giunse a scoprire che questi contenuti di tipo psichico, oltre che inquietanti e terrifici, potevano essere anche portatori di soluzioni e di crescita.

Inoltre, Carl Gustav Jung fu uno studioso dello gnosticismo, movimento filosofico – religioso diffuso nel II e III secolo dell’era cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis [γνῶσις], «conoscenza», e si riferisce una sorta di insegnamento segreto riservato da Gesù solo a pochi dei suoi discepoli. Nello gnosticismo, con il nome Abrasáx [Aβρασάξ], si intende il platonico Demiurgo ovvero il creatore del mondo materiale.

Così, nel 1916, Jung nei panni di Basilide - gnostico nato ad Alessandria del II sec. d.C. – produce, probabilmente in trance, i Septem Sermones ad Mortuos [1916]. Secondo Jung, Cristo e il demonio sono emanazioni ugualmente potenti ma opposte del Padre: di conseguenza Satana dovrebbe essere identificato come quarta figura nella Divinità [trasformandola, appunto, da Trinità in Quaternità].

Inoltre, questa reinterpretazione della Trinità, nella lettura junghiana, intende ripristinare il posto dell’ombra, l’aspetto oscuro [rappresentato appunto dal demonio] che, secondo il Cristianesimo, deve essere tenuto segreto: relegarlo nell’inconscio vuol dire generare problemi di ogni genere, da quelli di ordine psichico a quelli di ordine religioso [Jung, 1938].

Non m’aspetto da nessun cristiano credente che continui a seguire il corso di questi miei pensieri, che forse gli sembreranno assurdi. Io non mi rivolgo, infatti, ai “beati possidentes” della fede ma a quella moltitudine per cui la luce è spenta, il mistero sommerso, e Dio è morto.

James Hillman, 1987.

La stesura del libretto è anticipata da un fenomeno definito “paranormale” [Catalano, www.mclink.it]: nella sua autobiografia, Jung racconta che i suoi figli, ancora piccoli, vedono degli spettri vagare per la casa, disturbare il loro sonno; capita anche che il campanello di casa suoni spesso senza nessuno lo suoni.

Tutta la casa era come abitata da una folla di gente, come se fosse stipata di spiriti. Si affollavano fin sotto la porta e si aveva la sensazione di poter respirare a fatica.

Carl Gustav Jung, 1961.

Jung si spaventa quando questi fantasmi iniziano a cantare: “Ritorniamo da Gerusalemme, dove non abbiamo trovato quel che cercavamo”. Dunque l’autore inizia a scrivere febbrilmente, in tre sere, i Sette sermoni.

I Sermoni sono la prima manifestazione di quella complessa concezione junghiana, che volge al riconoscimento, all’integrazione e al bilanciamento fra il polo positivo e quello negativo. In chiave gnostica è il rivelamento di Abraxas; in chiave analitica è la presa di coscienza dell’Ombra, il ‘lato oscuro’ della nostra totalità psichica; in chiave cristiana, è l’accoglimento di Lucifero come quarta figura della Trinità.

Walter Catalano, www.mclink.it

In chiusura di questo documento, Carl Gustav Jung aggiunse un incomprensibile anagramma, anch’esso segreto, di cui non volle mai svelare la chiave:

                                                           NAHTRIHECCUNDE

GAHINNEVERAHTUNIN

ZEHGESSURKLACH

ZUNNUS.

BIBLIOGRAFIA

Carl Gustav Jung, Psicologia e religione, 1938, Bollati Boringhieri.

Carl Gustav Jung, Septem Sermones ad Mortuos, 1916, Bollati Boringhieri.

Carl Gustav Jung, Riflessioni, sogni, ricordi, 1961, Bollati Boringhieri.

James Hillman, Il demoniaco come eredità di Jung, in Presenza ed eredità culturale di C. G. Jung, Cortina, Milano 1987.

Walter Catalano, Il Giardino dei Magi, in www.mclink.it

Conscio del fatto che siamo ancora poco preparati a fare un passo più lungo della gamba, e che per questo potremmo essere accusati di poca “scientificità” e di scadere nel cosiddetto “opinionismo televisivo” che imperversa a tra molti “show-psychiatric-man”(esigo il copyright su questo termine), vorrei invitare i miei AMICI e COLLEGHI DOTTORI (se qualcuno preferisce questo appellativo) a esercitarci su una possibile perizia stilata da noi studenti del corso e non ,sul caso Jeffrey Dahmer.

Anche questo intende essere un esercizio della mente e della “penna”..perche una cosa è farsi un’idea , una cosa è leggere una perizia gia fatta, una cosa invece è ”crearla” da noi…

cominciamo gia da ora a leggere,informarci,capire gli argomenti che ci interessano e appassionano, senza che questi ci siano DATI PASSIVAMENTE al corso .non dimentichiamo che un giorno questo sarà un lavoro e  non piu un gioco!!percio cominciamo a conoscere le nostre potenzialità,le nostre capacità,le cose che ci stimolano di più.. ABBIAMO UN CERVELLO, USIAMOLO !!!studiamo,impariamo ma poi agiamo..

il compito che ” vi” e “mi” consegno è questo: entro una settimana, scrivi una perizia psicologica sul caso Jeffrey Dhamer in base al materiale che riesci a trovare su libri internet, riviste,articoli ecc..

per capirci cerchiamo di rispondere a domande quali:secondo te, che personalità di base aveva? perchè uccideva? era un delirio ? era capace di intendere e di volere? era davvero cosi simpatico come disse lo psichiatra che lo osservò?

sbizzarritevi e ricordate che lo scopo di questo Blog è esprimere le proprie idee, pensieri,conoscenze, per quanto possano sembrare sciocchi… è un esercizio della mente, un gioco, un momento di crescita, uno scambio, ma non una perdita di tempo !!!! perciò scrivete, scrivete, scrivete!!!!! Dony

STALKER

“Pedinano la loro vittima, le scrivono, le telefonano in continuazione, cercando in ogni modo di far parte della sua vita. E anche quando non ricorrono alla violenza, a volte distruggono la persona che dicono di amare…”

Non riescono a pensare ad altro che alla persona che li ha lasciati o che vorrebbero possedere a ogni costo. Le scrivono lunghissime lettere , ma appena possono la seguono, cercano di sapere dove va e chi incontra, tentano in ogni modo di stabilire un contatto diretto. A volte sono travolti dalla rabbia o dalla brama di vendetta per l’abbandono di cui si ritengono vittime. Lacerati fra nostalgia e disperazione, percepiscono il loro desiderio quasi come un dolore fisico. Questi comportamenti irrazionale non sono insoliti negli amanti delusi. E, in genere, passano abbastanza presto. Ma cosa succede se persistono , e i tentativi di allacciare o riallacciare un rapporto si trasformano in un inseguimento angoscioso, una molestia intollerabile carica di minaccia che distrugge la vita di chi ne  è la vittima? Quant’è che un atteggiamento amoroso oltrepassa i limiti della normalità e diventa persecuzione? Tale fenomeno, ha catturato l’attenzione solo negli ultimi vent’anni, soprattutto per alcuni casi che hanno coinvolto personaggi pubblici, come la cantante Madonna, diffondono l’erronea convinzione che si tratti di un problema che colpisce solo i ricci e i famosi. In raltà, le fissazioni e le persecuzioni amorose sono antiche quanto la storia dell’unomo. Se ne trovano tracce nell’antica gracia, dove un esempio ci viene dalle pagine di Metamorfosi di Ovidio in cui si racconta l’inseguimento di Dafne da parte di Apollo. La drammatica conclusione della storia, Dafne preferisce farsi trasformare in albero di alloro piuttosto che cedere. Ciò che più colpisce in questa storia sono le parole rivole dal dio alla ninfa in fuga, parole che riprendono un tema centrale dello stalking: ” Io non sono un nemico, amor est mihi causa sequendi, è per amore che ti inseguo”.

Il concetto di stalking deriva dal linguaggio venatorio inglese, e descrive l’appostamento e l’inseguimento della preda. Anche lo stalker tende continui agguati alla propria vittima. La pedìna, e tenta incessantemente di avvicinarla, per telefono, per lettera, o fermandola per strada. Alcuni stalker inviano regali o oggetti bizzarri, spesso con intento di terrorizzare, per es. collage di foto della vittima in cui i volti sono stati sostituiti con teschi. Oppure diffondono calunnie sul suo conto e cercano di renderle la vita difficile ordinando beni o servizi a nome suo facendole cancellare, a sua insaputa , la fronitura di gas o la carta di credito.  A volte, lo stalker passa all’azione: la violenza può essere rivolta direttamente contro la vittima, ma anche contro i suoi parenti e conoscenti, e persino contro estranei, che il persecutore collega in qualche modo alla vittima. Inoltre, non sono rari episodi di attacchi contro la sua macchian o il suo animale domastico o tentativi di introdursi in casa. Le motivazioni sentimantali non sono le uniche (gli stalker possono essere mossi da altre ragioni, come il desiderio di vendetta), ma il gruppo più numeroso e diffuso è quello degli ex partner che non si rassegnano alla fine della relazione.

Ma cosa spinge una persona a perseguirne un’altra che afferma di amare? Uno studio svolto dall’Università di Darmstadt, tra il 2002 e il 2005, ha intervistato un centinaio di stalker contattati in anonimo via internet. Dall’anamnesi delle risposte è emersa una percezione della realtà distorta: nonostante l’insuccesso dei loro tentativi, quattro stalker su cinque hanno dichiarato di voler perseverare nei loro comportamenti, affermando in gran parte dei casi di essere legati alla persona “per destino”. Un terzo degli intervistati era convinto di riuscire a piegare la resistenza della vittima perchè in fondo lo voleva anche lei. Un terzo si sentiva obbligato a “prendersi cura” della persona amata. Da queste affermazioni è chiaro che chi è preso di mira da queste affermazioni può respingerle quanto vuole: i suoi rifiuti non saranno mai accattati. Dalle indagini sugli stalker emerge un quandro psicologico disturbato, anche se non sempre patologico. La cosiddetta “paranoia da abbandono”, in cui l’amante lasciato non riesce a pensare ad altro cha all’amore perduto, è un fenomeno comune, che tuttavia ha una durata limitata nel tempo e degenera in comportamenti persecutori o addirittura violenti solo quando si innesta su problemi preesistenti. Gran parte degli stalker, infatti, soffre di disturbi come depressione o dipendenza da sostanze d’abuso, oppure di qualche forma di disturbo della personalità, quali comportamenti antisociali, narcisistici o borderline. Solo nei casi più seri si può parlare di psicosi, in genere di tipo paranoico, oppure di schizofrenia. Nel 2005 lo psicologo J. Reid Meloy, dell’ Università della California e l’antropologa Helen Fisher hanno individuato alcune alterazioni nella chimica del cervello di alcuni stolker, alterazioni che a loro avviso suggeriscono un parallelismo tra i comportammenti di tipo persecutorio e la dipendenza da sostanze d’abuso. L’imaging cerebrale ha rilevato una produzione di dopamina, il neurotrasmettitore associato al sistema di ricompensa del cervello, e che secondo la Fisher non è raro trovare in maggiore quantità negli amanti infelici.  “Appena scompare l’oggetto dell’amore, si rafforza l’attività dei circuiti cerebrali che producono i desideri più intensi”, spiega la ricercatrice. Al tempo stesso, però, negli stalker si registrano bassi livelli del neurotrasmettitore serotonina, che da un lato favorisce gli stati ossessivi e dall’altro l’umore depresso e gli stati d’ansia.

Spero di aver fatto cosa gradita nell’espletare tale agomento.

Scrivete, scrivete, scrivete e buon blog a tutti.

articolo estratto dalla rivista “MENTE E CERVELLO”

“I corpi non sono come le stanze, non restano quasi mai le tracce evidenti del passaggio di qualcuno, però è la stessa cosa, anche senza lividi, o ferite, resta l’odore attaccato, il sudore mescolato, i segni dei baci, il sesso che si gonfia. E anche quando non resta niente di visibile, comunque c’è confusione. Dentro.”

Simona Vinci, Dei bambini non si sa niente.

bambino_abuso.jpg

L’abuso può essere definito in modi molto diversi. Secondo l’accezione comune, si realizza un abuso nei confronti dell’infanzia tutte le volte che al minore non viene riconosciuta, nella sua completezza, la sua reale condizione psico – sociale e, di conseguenza, vengono ignorati i suoi diritti. Quindi, è considerato un abuso qualunque comportamento o atteggiamento, da parte degli adulti, che impedisca, ritardi o distorca il suo percorso evolutivo, impedendogli di esprimere le sue potenzialità.

Nel caso specifico dell’abuso sessuale, l’adulto, approfittando del potere sociale che spesso esercita sul bambino [in qualità di caregiver o di figura di riferimento], utilizza il minore per il proprio soddisfacimento obbligandolo a prostituirsi o, più frequentemente, coinvolgendolo in atti sessuali, nella realizzazione di prodotti pornografici, o in altri comportamenti spesso erroneamente interpretati come meno gravi [per esempio, giochi sessuali privi di violenza fisica]. L’abuso sessuale spesso si protrae per anni nel più assoluto silenzio e con grandi sensi di colpa per il minore che lo subisce.

Nell’abuso intrafamiliare, il rapporto incestuoso non si presenta come un atto isolato, ma come un insieme di comportamenti familiari che partecipano tutti allo stesso tipo di relazione perversa. È un ambiente nel quale comportamenti di vario genere contribuiscono alla creazione di un clima che Paul – Claude Racamier definisce “incestuale”.  Secondo l’autore, in queste famiglie è presente un clima estremamente erotizzato: i genitori infatti, spesso mettono al corrente i figli della propria vita sessuale attraverso confidenze e discussioni amicali. Sono quelli che Racamier chiama “regali avvelenati”: queste confidenze e manifestazioni di intimità da un lato seducono e lusingano il bambino, dall’altro, il clima incestuoso ed incestuale in cui questi soggetti sono immersi altererà comunque l’omeostasi del loro sviluppo psichico. In questo contesto, l’agito incestuoso avviene soltanto quando si verifica il fallimento della relazione narcisistica ed incestuale, ovvero quando il bambino si allontana sempre di più dall’adulto o, finalmente, riesce a soddisfarlo: in questo modo, il legame si rafforza in maniera irreversibile.

L’abuso sessuale viene attuato, dunque, sfruttando la dipendenza materiale ed affettiva del minore verso l’adulto, ed è mantenuto utilizzando lo stato di confusione, disperazione, paura, vergogna causato dalla violenza. Qualsiasi tipo di abuso danneggia profondamente i diritti fondamentali dell’individuo: 0vvero di essere considerato degno di rispetto, di essere tutelato nella sua integrità psicofisica, di essere l’unico detentore dei propri sentimenti e dei propri bisogni.

 

Bibliografia:

Paul – Claude Racamier, L’incesto e l’incestuale, 1995, FrancoAngeli.

Simona Vinci, Dei bambini non si sa niente, 1997, Einaudi.

Con questo post intendo iniziare un dibattito con tutte le persone le quali volessero approfondire temi di psicologia e criminologia cosi da avere nuove idee sugli argomenti da trattare in questo blog.

Ringrazio anticipatamente gli esperti psicologi e tutti gli utenti.

amore-e-psiche.JPG

 

In questo articolo mi piacerebbe parlare dell’ amore e della dipendenza affettiva, un argomento che ha richiamato da sempre parecchi dibattiti; prima di tutto bisogna distinguere nell’ amore differenti fasi: la prima su tutte è l’idealizzazione della persona amata colma di passione e fantasie, il desiderio è sempre più forte è irrefrenabile, l’ oggetto di amore diventa sempre più parte del nostro mondo fino ad entrare completamente in esso, nel momento in cui l’ idealizzazione finisce il rapporto si trasforma e l’altro diventa sempre più reale, si notano i pregi e difetti della persona e si passa da una fase idealizzante ad una progettuale.

L’ amore è caratterizzato dall’ interesse della soddisfazione dei propri bisogni di attaccamento, che nascono per Bowlby dal bisogno di sicurezza e protezione che ognuno di noi ricerca per poter poi esplorare il mondo con energia e serenità,e dal desiderio dall’ unione fisica e mentale con l’ altra persona in una relazione genitale completa.

Quand’ è che l’ amore diviene una malattia?

  • Quando diventa un ossessione che lascia sempre minori spazi all’ altra persona

  • Quando entrambi rinunciano al proprio mondo per fondersi sempre di più

  • Quando la paura di perdere l’ amore e dell’ abbandono diviene una costante nella nostra vita

  • Quando c’ è una totale chiusura nei confronti dell’ esterno, rinunciando ad ogni forma di interesse personale .

  • Quando l’ altro diviene più importante a discapito di ogni parte di noi stessi.

Un’amore autentico nasce dall’incontro fra due unità e non due metà. (Roberto Cavaliere) 

Tenetevi gli uni accanto agli altri, ma non troppo vicini, così come le colonne del tempio si ergono a distanza, come il cipresso e la quercia non crescono l’uno all’ombra dell’altro.
(Kahlil Gibran)

http://www.siipac.it/

http://www.benessere.com

http://www.maldamore.it

http://www.ilmiopsicologo.it

Il tema dell’amore è qualcosa di cosi dibattuto,dai tavolini di un bar fino ai grandi seminari di psicologi e sessuologi, che davvero tutti possono parlarne,discutere,e perfino scrivere articoli come questo. Per rispondere alla mia domanda nel sottotitolo, dovrei partire inevitabilmente da cosa sia l’amore. In realtà nessuno lo sa.. Evidentemente nemmeno il nostro dizionario della lingua italiana sa definirlo bene, visto che lo definisce “un affetto intenso..” ma quando per capire meglio mi dirigo a leggere cosa significa “affetto” trovo la definizione di “sentimento intenso”.. e in questa intricata rete di rimandi ad altri significati alla parola sentimento, ritorno di nuovo alla definizione di “stato affettivo..”
Il vocabolario a mio avviso omette di dire una cosa molto semplice.. soltanto chi ha la fortuna di viverlo sa cosa sia l’amore. A complicare le cose, sta il fatto che esistono diverse forme di amore: materno, paterno, fraterno, per Dio,per se stessi ma anche “amori perversi” ed è di questi che parlerò.. Iniziamo con la distinzione tra “amore parziale e totale”: Questo è un concetto difficile ma fondamentale per capire alcune questioni:davvero siamo tutti capaci di amare? Anche dei mostri come i serial killer? Se si, che tipo di amore possono provare?
Cominciamo per gradi: l’oggetto. Melanie klein e tutta la psicoanalisi dopo di lei distingueva tra oggetto parziale e totale. Sintetizzando il bambino nelle prime fasi dello sviluppo investe la propria libido e aggressività su oggetti parziali (es: seno, l’ano, il fallo). Ciò significa che scinde le parti buone e gratificanti da quelle cattive e frustranti. Inoltre questi oggetti sono oggetti “perversi” in quanto non hanno dei fini riproduttivi (Freud). L’oggetto parziale appaga pulsioni e bisogni parziali .Ma la psicoanalisi considera tutto ciò facente parte dello sviluppo di qualsiasi individuo e quindi normale. Soltanto nella fase genitale,e il suo superamento nell’adolescenza, l’individuo giunge a organizzare tutte le pulsioni parziali sotto il primato genitale e ad amare un oggetto totale, ossia un oggetto-persona che abbia in se aspetti sia buoni che cattivi,e con la quale è possibile instaurare una relazione cognitiva e affettiva matura (Freud). L’ investimento su un oggetto totale, presuppone una maturità non solo sessuale ma anche psichica e affettiva da parte del soggetto. Il soggetto in questo secondo caso avrà uno sviluppo psico-affettivo più evoluto rispetto ai soggetti che rimangono attaccati a un oggetto parziale (per esempio quel che avviene nei disturbi di personalità borderline). Per far capire meglio anche a chi non è pratico con questi termini tecnici proviamo a fare un esempio. Mettiamo il caso che il vostro fidanzato si comporti in modo alterno con voi,in cui delle sere è particolarmente affettuoso, gentile,generoso, altre sere o all’improvviso diventi violento,aggressivo,di fronte a una piccola frustrazione come può essere un messaggio di un vostro amico di università. Mettiamo il caso che lo stesso vostro fidanzato vi proibisca categoricamente di uscire con le vostre amiche, o di avere interessi, hobby,non per banale gelosia ma per il timore che lo abbandoniate. Questi sono esempi di amori parziali, ovvero amori in cui si ama l’oggetto non per quello che è, ma per ciò che rappresenta, ovvero l’appagamento a un bisogno d’affetto,di protezione, di paura della solitudine, di sottomettere l’altro al proprio narcisismo,di puro soddisfacimento sessuale ecc.
Dunque traiamo la prima conclusione:in quest’ottica esistono due tipi di amore, parziale e totale. Parziale significa un soddisfacimento a uno o più bisogni immediati. ovviamente i serial killer rientrano senza dubbio in questa categoria e vediamo perché.
1.Ted Bundy. Ted uccise più di 30 donne in prevalenza studentesse con i capelli lisci e lunghi,perché a opinione di molti, queste ricordavano molto la sua Stephanie la quale bella e di buona famiglia abbandonò il povero Ted quando questi era ancora un giovane privo di un futuro dignitoso. Ted non solo si laureerà in legge ma consumerà la sua vendetta su Stephanie, e sulle povere mal capitate. In ted Bundy secondo me, è rilevante il tema dell’abbandono: il primo “fantasticato”, da parte della madre che per anni si era finta sua sorella,il secondo “reale” da parte di Stephanie che per Bundy comportò una profonda depressione durata più di un anno. Sulle sue vittime Bundy scatenava tutta la sua rabbia, odio e la sua violenza martoriando i corpi a colpi di spranghe, rami e sassi. L’odio verso le donne nasceva da precedenti “rifiuti-abbandoni” che avevano minato le sue già mai rimarginate ferite. Neanche la ragazza madre Elisabeth, che tanto lo amò riuscì a ricevere da lui sentimenti di affetto sincero.
2. Jefry Dhamer,il cannibale,l’omosessuale. Jefry amava conservare pezzi delle sue vittime nel suo appartamento nonché mangiarne altre, perche a sua detta in questo modo aveva la sensazione che“li potesse tenere sempre con se”. In questi rituali ossessivi di conservazione, si nasconde una profonda solitudine di Dhamer, e una profonda angoscia abbandonica. Forse solo Dhamer fu capace davvero di amare qualcuna delle sue vittime, tuttavia non è possibile dire che tipo di amore fosse.
3. Ed Gein, il necrofilo, il macellaio. Ed Gein in seguito al lutto della madre religiosissima alla quale era profondamente legato, cominciò a uccidere e fare macabri rituali:riesumava cadaveri sui quali esercitava strani tentativi di resurrezione, svuotava i corpi delle sue vittime degli organi interni per indossarne il corpo stesso, e infine a detta di alcuni aveva rapporti sessuali con i cadaveri, anche se Ed sconfermò sempre questa tesi. Nel caso di Ed probabilmente l’unico suo vero amore fu quello di un bambino per la madre, un amore apparentemente innocente e privo di contenuti adulti. Ma anche in questo caso non ho altri elementi per sbilanciarmi. Nel caso invece dei Necrofili posso dire che si tratta di un puro soddisfacimento di una pulsione sessuale primitiva. Nel necrofilo il piacere sessuale deriva da un cadavere, ovvero un corpo inerme e senza vita sul quale esercitare il più sconfinato e incontrastato dominio. Ma il necrofilo secondo Eric Fromm si collega sicuramente alla pulsione di morte e dunque all’aggressività e al sadismo su di un corpo incapace di reagire. Il necrofilo dunque rientra senza ombra di dubbio nel campo degli amori perversi-parziali.
4. Andrey Chikatilo. Il pedofilo. Le storia di questo serial killer russo, è ricca di episodi particolari e di spunti. Chikatilo fu un insegnante iscritto al partito comunista deriso dai ragazzini della sua scuola “oca” e “finocchio” per le pose scomposte e per le continue molestie agli alunni . Uccise più di 50 tra bambini e ragazze e su alcune delle sue vittime praticò anche cannibalismo. Da piccolo fu ossessionato dalle storie della madre su un suo presunto fratello sequestrato e mangiato dai contadini del villaggio per non morire di fame, la cui storia evidentemente lo traumatizzò non poco. Nell’adolescenza soffrì di una grave disfunzione sessuale che lo rese impotente a vita anche se riuscì ad avere 2 figli dalla moglie. Basti pensare alla prima vittima, una bambina di 9 anni che dopo non essere riuscito a violentare uccise crudelmente con forti coltellate.In Chikatilo, personaggio tanto ambiguo, quanto misterioso sembra avere un ruolo importante nei suoi atti il tema della vendetta e il trionfo su oggetti inferiori. In generale il pedofilo prova piacere sessuale e psicologico nel guardare foto di bambini nudi, toccando le loro parti intime, fino all’abuso vero e proprio. Nel caso del pedofilo c’è un’incapacità ad avere soddisfazione sessuale in relazioni simmetriche con adulti, ma predilige il rapporto asimmetrico con i bambini. In questo caso il piacere sessuale e psicologico deriva dall’appagamento di un bisogno parziale di possesso, di trionfo e di potenza (Francesco Villa).
Conclusione:
i serial killer sono incapaci di amare una persona – oggetto nella loro totalità. Ciò me lo fa pensare la loro personalità incompleta ,(borderline,narcisista,skizoide e dunque fragile, primitiva,non strutturata), i loro meccanismi di difesa, ma soprattutto le loro pulsioni parziali che non hanno raggiunto il primato della genitalità e che dunque sono costrette al soddisfacimento tramite oggetti parziali. Le vittime dei serial killer infatti sono oggetti parziali, sia essi bambini, studentesse, omosessuali, cadaveri: “servono a soddisfare un bisogno”. Queste vittime non sono persone, ma sono oggetti (a volte simboli).Per capire ciò, vi faccio riflettere sull’assenza del senso di colpa nei serial killer. Provate a pensare a quanto possiate amare la vostra lavatrice, il tostapane, il frigorifero… se li rompeste- uccideste, quanta colpa sentireste? Evidentemente poca. E cosa pensereste? Beh era solo un oggetto tra tanti..non è la fine del mondo..ne ricomprerò un altro… tanto si sarebbe rotto prima o poi..
“Il modo in cui siamo stati amati determina il modo in cui amiamo”. Chi non ha conosciuto un amore sano, ma un amore violento, anaffettivo, crescerà con l’idea che quello sia l’amore,introietterà quei comportamenti e amerà con quelle modalità.

Io credo di aver risposto alla domanda iniziale, e di aver dato alcuni spunti di riflessione anche su quanto “noi” siamo capaci di amare qualcun altro per quello che è ,e non per quel che rappresenta per noi. Adesso ognuno di voi starà dando delle risposte … bene vuol dire che “state pensando” ed è proprio questo lo scopo di questo Blog: esprimere le proprie idee, pensieri,conoscenze, per quanto possano sembrare sciocchi… è un esercizio della mente, un gioco, un momento di crescita, uno scambio, ma non una perdita di tempo !!!! perciò scrivete, scrivete, scrivete!!!!! Dony

La neuropsicologia clinica ha lo scopo di valutare e, qualora possibile, riabilitare, i deficit cognitivi e le annesse implicazioni di tipo psicologico, affettivo e di personalità conseguenti a patologie a carico del sistema nervoso centrale.

Il livello delle funzioni cognitive superiori costituisce uno degli aspetti che più significativamente qualificano la qualità della vita di un individuo e dei suoi famigliari, ed i deficit a carattere patologico che investono tali funzioni vanno considerati come una delle forme più gravi e frequenti di handicap che interessano i cittadini delle società occidentali, ed in particolar modo la fascia più anziana della popolazione.

Nonostante l’azione terapeutica difficilmente possa rispondere alle legittime aspettative di guarigione di tali pazienti, l’intervento diagnostico e riabilitativo della neuropsicologia risulta estremamente utile nel contenere gli effetti del decorso patologico, nel limitare le sofferenze che questo arreca a pazienti e famigliari, nel razionalizzare le risorse che le istituzioni investono nel trattamento e supporto dei soggetti coinvolti.

La diagnosi neuropsicologica

Un’accurata valutazione neuropsicologica risulta indispensabile per una corretta diagnosi sul presunto stato patologico delle funzioni cognitive superiori. Se accompagnata da altri strumenti diagnostici (valutazione psicopatologica, valutazione neurologica, anamnesi clinica e remota ed utilizzo di bioimmagini - tac, risonanza magnetica, eeg) la valutazione neuropsicologica può portare ad un’appropriata diagnosi differenziale dello stato di salute dell’utente. Tale diagnosi risulta determinante anche per un adeguato intervento terapeutico: basti pensare, ad esempio, alle pseudodemenze imputabili a gravi stati depressivi spesso non riconosciuti proprio a causa della sintomatologia di tipo cognitivo; in questo caso un’efficace trattamento antidepressivo, anche a carattere farmacologico, potrebbe essere omesso qualora la diagnosi propendesse erroneamente in favore di una patologia demenziale.

Accanto alla diagnosi differenziale, la valutazione neuropsicologica risulta funzionale ad una corretta valutazione - qualitativa e quantitativa - del livello funzionale delle differenti componenti cognitive ed offre un’importante chiave di lettura, anche prospettica, delle implicazioni di carattere personale, familiare, professionale e sociale legate all’insorgenza ed al decorso della patologia. Risulta quindi possibile da un lato meglio preparare l’utente ed i famigliari a misurarsi con il problema ed affrontarne le conseguenze, dall’altro quantificare con maggiore efficacia il carico di lavoro che la famiglia e le istituzioni dovranno sobbarcarsi nel prestare un’adeguata assistenza al malato.

La valutazione neuropsicologica risulta inoltre propedeutica alla stesura di un programma riabilitativo, qualora questo si riveli opportuno; la ripetizione periodica dei test risulterà infine necessaria per valutare il decorso della patologia, se di carattere progressivo, e l’efficacia dell’eventuale intervento riabilitativo.

Il mancato utilizzo degli appropriati strumenti testistici da parte di professionisti qualificati può portare in primo luogo ad un’errata diagnosi e, di conseguenza, ad un’inappropriata terapia, ed in secondo luogo ad una misvalutazione del livello di autosufficienza dell’utente e dunque del costo sociale della sua patologia.

articolo estratto dal sito www.neuropsy.it

Articoli precedenti »